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Pubblicato il 28/06/2016 10:10

Jack Jaselli e la magia della luna

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di Giulia Grilli

Sotto la luce di una luna calante e con il rumore delle onde dell'Adriatico di sottofondo, Jack Jaselli si è esibito lo scorso 23 giugno all'Arena del Mare di Pescara, durante la quinta edizione di Radio Deejay Xmasters. Con il nuovo album Monster Moon, uscito lo scorso sei maggio e anticipato dal singolo The End, Jack è uno degli artisti migliori dell'attuale panorama della musica italiana. Accompagnato da Max Elli (chitarra solista), Nik Taccori (batteria) e Chris Lavoro (basso e synth), i Jaselli hanno presentato i nuovi brani, con qualche nostalgica parentesi acustica del precedente album. E tante saranno ancora le date del Monster Moon Tour.

 

 

 

It's Gonna Be Rude, Funcky, Hard, disco uscito nel 2010, fu il primo esperimento giovanile e scanzonato di questo trentaseienne milanese. I need the sea because it teaches me, datato 2013, era invece un progetto acustico in cui i brani vennero registrati in una stanza a picco sul mare ligure, tra il canto dei gabbiani e il suono della risacca. Quelli erano gli anni delle aperture dei concerti dei Negramaro e di Ben Harper. Il grande salto arriva con Monster Moon, album registrato e prodotto a Los Angeles con Ran Pink.

 

 

 

 

Quest'ultimo lavoro, se paragonato ai precedenti, svela un Jack diventato ormai uomo. Un disco notturno, scandito dalla magia della luna, che mostra spiragli di ottimismo. Cos'è cambiato dalle origini ad oggi?

Probabilmente io, sarò cresciuto e invecchiato! Musicalmente parlando, invece, c'è stata una vera e propria evoluzione. I primi due dischi erano assolutamente inconsapevoli, sia a livello di scrittura che di produzione. Con Monster Moon volevamo prendere una direzione ben precisa, focalizzarci sulla scrittura di canzoni che ci permettessero di raggiungere un certo tipo di suono.

 

 

Il tuo sound internazionale è un mix di rock, folck, blues e pop. Ma esistono ancora oggi i generi musicali? E come descriveresti il tuo?

I generi esistono come modi di riferirsi alla musica per poterla catalogare, anche se i confini sono abbastanza labili. E' ovvio che il rock e l'elettronica siano ben distinti, ma è altresì vero che oggi i generi tendono a mischiarsi. La mia musica? Non saprei etichettarla, sicuramente contiene tutte sonorità che discendono dal blues.

 

 

Inizialmente ti presentavi come Jack Jaselli, mentre ora il tuo nome, Jack, è scomparso. Perché hai scelto di fare un passo indietro rinunciando alla tua individualità?

In realtà non è un passo indietro, perché Jaselli rivela sempre la mia identità. Ho voluto togliermi di dosso lo stereotipo della formula cantautorale perché non è ciò che più mi si confà. La mia intenzione era di far capire che questa volta alle spalle c'è un suono di altre persone, di una band che in questo momento è fondamentale. La mia famiglia oggi è composta da Max, Nik e Chris.

 

 

Quest'anno hai firmato per la prima volta con una major, la Universal, e i riflettori sembrano essere puntati tutti su di voi. Com'è gestire questo boom mediatico?

Era già capitato in passato di vivere l'attenzione dei mass media, di certo non era articolata come quella attuale: ora è molto più programmata. E' stato un percorso, e ci siamo arrivati gradualmente, quindi eravamo preparati. Questa volta, però, abbiamo una struttura che ci appoggia, la nostra etichetta, che ci aiuta a costruire una nuova strada e che la percorre con noi.

 

 

 

 

 

Per Monster Moon sei partito da quaranta brani: come hai fatto a selezionarne solo undici?

In realtà ne avevamo selezionati solo dieci, poi ne abbiamo scartato uno e scritto altri due quando eravamo a Los Angeles. Li ho scelti perché stavano bene insieme, erano coerenti, erano un album. Ho ragionato seguendo l'ottica di un disco, e non quella dei singoli. Volevo che le canzoni, anche se diverse tra loro, formassero un unico discorso organico, dall'inizio alla fine.

 

 

E che cosa ti ha ispirato per la scrittura dei testi?

La vita, sempre. Da quella più emotiva, a quella interiore e intima, per finire a quella più leggera. Tutto scaturisce dal mio vissuto.

 

 

Quando ti accorgi che una canzone è pronta, che può camminare da sola?

Quando fila dall'inizio alla fine, quando non c'è bisogno di aggiungere altro. Le canzoni, nella prima fase, sono qualcosa di strano. Anche quando le hai terminate mantengono un aspetto selvaggio, come se fossero indomabili, un animale chiuso in gabbia che tu impari ad osservare.

 

 

 

 

Il pubblico vede sempre gli artisti dal basso verso l'alto, con un grande senso di ammirazione. Ma cosa c'è dietro questo lavoro e quali sono gli aspetti più difficili?

Questo è un mestiere particolare, fatto di grandi assenze, privo di routine. Ci sono momenti in cui scrivi, registri, poi arrivano le pause, quindi esce il disco e tra promozione e tour si è sempre in giro. Alla fine non capisci più dove ti trovi, e questo può disorientare. L'aspetto più complesso è la difficoltà di far combaciare tutto questo con chi non svolge lo stesso lavoro, che ha orari, ritmi e periodi tutti suoi.

 

 

Hai già la visione del prossimo album?

No, ho solo qualche spunto...

 

 

Davanti agli ultimi traguardi raggiunti hai ancora un sogno nel cassetto?
Si, di continuare a fare ciò che sto facendo, perché la musica è una delle cose di cui non posso fare a meno.

 

 

 

FOTO DI: Alessandro Simonetti

 

 

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