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Pubblicato il 17/08/2012 09:09

Ci vuole un villaggio per salvare una madre

di Rossella Cinquina

Non è per tirarla sempre in lamentela – sport per altro praticato in Italia ad altissimi livelli – ma è che proprio non mi riesce di non farmi saltare all'occhio il sempre più sconfortante vuoto che ogni donna, madre di n (numero imprecisato) adorati pargoli, si trova a dover fronteggiare. Così, in fuga con prole sulla spiaggia infuocata per tentare di buggerare l'ennesimo soffocante anticiclone nordafricano, mi ritrovo dopo poco meno di un secondo a dover inseguire, ovviamente in direzioni diametralmente opposte – non sia mai detto che decidano di seguire la medesima rotta – i miei adorati figlioletti. Così ancora gravata dal peso di giochi, borsone – ma chissà  perché peseranno tanto le borse da mare! – creme protettive, sandali e quant'altro, mi lancio all'inseguimento, come un Giano bifronte, con la testa voltata indietro per riacciuffare l'uno senza però perdere il contatto visivo con l'altra.

Riconquistato il controllo e anche quel filino di dignità inesorabilmente perso nello scomposto inseguimento, li tuffo in acqua per sottrarli all'eccessiva disidratazione e, soprattutto, nella speranza di riuscire a rimanere almeno ferma, seppur rigorosamente in piedi, nello stesso posto per un po'. Accanto a me, un'altra donna, sui quaranta come me, con l'espressione stremata come me, a controllare e a interloquire con i suoi loquacissimi figli, come i miei, sulle questioni più irrilevanti e spesso sconclusionate cui si possa pensare.

Cosa, quest'ultima, che facciamo ininterrottamente dall'ora del risveglio sino a quello della nanna, al punto che anche il breve scambio di battute con la cassiera del supermercato, peraltro costantemente frammentato dalle richieste e dalle impellenti interpellanze dell'amata prole, al confronto appare come una discussione dall'alto contenuto intellettuale e speculativo.

Uno sguardo di solidarietà e profonda comprensione invade lo spazio che ci separa unendoci in un legame di muta e non detta sorellanza. Non c'è bisogno di tante parole. E se allungassimo lo sguardo e lo estendessimo a tutto l'arenile ci accorgeremmo di essere in tante, tutte a chiederci cosa stiamo pagando a fare l'attrezzatura da spiaggia quando su quella sdraio, men che meno su quel lettino, non arriveremo a sdraiarci mai, nemmeno a settembre. Ma quando noi eravamo bambine c'era la mamma ad occuparsi di noi, ma anche la nonna oppure la zia, o l'amica di famiglia. C'era insomma una sorta di rete sociale, emotiva e affettiva che accompagnava la madre, dandole fiato, una via di fuga. E, soprattutto, consentiva ai bambini di avere un po' di requie rispetto ad una madre che è alternatamente isterica o abulica, come in preda ad una bizzarra sindrome bipolare.

Come dicono gli anglosassoni, “ci vuole un villaggio per crescere un bambino”, ma i tempi sono cambiati e le famiglie con essi. E questo non è un male, i cambiamenti fanno bene, ma alcune cose forse bisognerebbe rivederle, aggiornarle, adattarle. La solitudine in quanto spazio e tempo per la cura di sé è sempre una bella e appagante conquista, quando invece assume le forme del vuoto sociale è una sconfitta. E non solo per chi la subisce.

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