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Pubblicato il 20/10/2016 14:02

Traffico illecito di rifiuti, arresti e sequestri in Abruzzo

Quaranta uomini del Corpo forestale dello Stato dei comandi provinciali di Chieti e Pescara, coordinati dalla Procura della Repubblica - Direzione distrettuale antimafia dell'Aquila, hanno eseguito una vasta operazione per compiere arresti e il sequestro di un impianto di depurazione e di ingenti somme di denaro. I reati per i quali si procede sono traffico illecito di rifiuti, inquinamento ambientale, truffa ai danni dello Stato e abuso d'ufficio. 

 "I fanghi cominciano a diventare pericolosi, facciamo i banditi". Emerge da una delle intercettazioni dell'inchiesta denominata "Panta rei", coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia dell'Aquila, quella che il comandante regionale del Corpo Forestale in Abruzzo, Ciro Lungo, definisce "la piena consapevolezza di chi operava in modo irregolare". Quattro persone sono finite agli arresti domiciliari: il presidente del Consorzio di bonifica centro con sede a Chieti, Roberto Roberti, il responsabile tecnico dell'impianto, Tommaso Valerio, il capo settore Ecologia e ambiente dell'impianto, Andrea De Luca, e l'amministratore di un laboratorio di analisi, Stefano Storto. I dettagli dell'inchiesta, nella quale risultano indagate altre cinque persone, sono stati illustrati alla stampa presso il Palazzo di Giustizia dell'Aquila. Il Consorzio di bonifica centro e' stato posto sotto sequestro e affidato a un amministratore giudiziario, Andrea Colantonio, a causa del gran numero di attivita' illecite che si e' accertato si svolgevano all'interno. Tra le ipotesi di reato, hanno detto i sostituti procuratori David Mancini e Antonietta Picardi, e' stata contestata la "organizzazione finalizzata al traffico illecito di rifiuti". Tra gli illeciti scoperti, lo sversamento di liquami nel fiume Pescara fino a tre volte in piu' dei livelli consentiti, lo smaltimento di fanghi in impianti a Fermo e Ferrara e la ricezione di rifiuti liquidi da Pisa in violazione alle autorizzazioni. 

 "I rifiuti liquidi e reflui che confluivano nell'impianto di Chieti - ha spiegato il sostituto David Mancini - sono stati smaltiti con modalita' sistematicamente illecite. Cio' avveniva attraverso la falsificazione di codici di ingresso, attraverso la ricezione di rifiuti incompatibili con quelli per cui l'organizzazione dell'impianto era abilitata a fare e quindi attraverso lo sversamento di questi rifiuti non trattati o trattati male nell'ambiente. Quindi - ha osservato il magistrato - parliamo del sottosuolo e parliamo del fiume Pescara che come tutti sappiamo alla fine va a finire in mare. Questa indagine rappresenta una delle risposte sui motivi dell'inquinamento del mare e dell'ambiente che ci circonda". Mancini ha quindi sottolineato "l'importanza del lavoro congiunto e sinergico portato avanti da due Comandi diversi della forestale". Nel suo intervento il sostituto procuratore della Dna, Antonio Laudati, ha parlato di "Un Corpo di polizia di primissimo livello che come vediamo da questa indagine svolge un ruolo importantissimo per il controllo del territorio". "L'indagine odierna - ha aggiunto - e' molto importante anche a livello nazionale per la gravita' dei fatti contestati. In sostanza - ha sottolineato il magistrato della Direzione Nazionale Antimafia - avveniva che delle industrie che hanno rifiuti speciali che contengono materiali pericolosissimi come l'arsenico portavano i rifiuti al consorzio di Chieti, il consorzio li metteva nel fiumePescara e attraverso questo corso d'acqua arrivavano all'Adriatico. Qui stiamo parlando di un vero e proprio avvelenamento del mare con delle conseguenze anche sulla salute. L'indagine e' inoltre importante perche' dimostra la nuova frontiera della criminalita' ambientale. Eravamo abituati al fatto che il traffico di rifiuti veniva affidato alla criminalita' organizzata con l'interramento e le discariche abusive. Ora da questa indagine - ha osservato Laudati - emerge con chiarezza che viviamo in una fase in cui la criminalita' organizzata non e' stata tagliata fuori ma il traffico di rifiuti illecito e la criminalita' ambientale avvengono attraverso una sinergia diretta tra le grandi imprese e le strutture lecite, quelle normalmente abilitate allo smaltimento come il consorzio di Chieti. Questo perche' riduce i costi attraverso meccanismi della falsificazione. Cio' - ha quindi rilevato il magistrato della Dna - produce una massa di denaro e di guadagni cospicui sia per chi conferisce i rifiuti sia per chi poi li smaltisce illegalmente". 

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