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Pubblicato il 01/10/2015 11:11

L’anima dello straniero, storia di un migrante in Italia

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di Giulia Grilli

E' giovane, anzi, giovanissimo. A. (per motivi di privacy non sveleremo il suo nome) è un ragazzo di appena 19 anni, fuggito dalla Somalia e dal terrore della violenza. Sua moglie è attualmente in Minnesota con la loro bambina di quattro mesi, grazie a uno speciale permesso di soggiorno statunitense. Lui, sua figlia, non l'ha ancora conosciuta, mai presa in braccio o coccolata, mai ha potuto cambiarle un pannolino. La guarda in foto sullo schermo dello smartphone, fiero di essere padre, intenerito davanti alla vita. L'ipotesi di non poter raggiungere le sue donne non lo intimorisce, "sono sicuro che potrò correre presto dalla mia famiglia, il mio pensiero è positivo, quindi non temo nulla".

 

A. è arrivato a Pescara il 20 febbraio 2015, ospite della Caritas nella Cittadella dell'Accoglienza, ed è richiedente asilo politico a causa della situazione presente nel suo paese, in cui non potrà più far ritorno. "Al-Shabaab, cellula somala di Al- Qaida, distrugge tutto con i bombardamenti, mentre i clan delle famiglie più ricche stanno sterminando le nuove generazioni per paura di una rivolta futura. La guerra dura ormai da ventiquattro anni", afferma il ragazzo. Rimane impassibile mentre racconta di aver assistito all'uccisione della moglie di suo fratello, e ancor più gelido mentre confessa di aver perso anche suo padre nello stesso giorno. Gli occhi neri fissi verso il basso, nessuna emozione. Una corazza impenetrabile impedisce di comprendere il suo stato d'animo, la sua sofferenza, e la rassegnazione sembra essere la sua unica alleata per non fare i conti con l'orrore dei traumi.

 

 

"La Somalia è uno stato musulmano, e secondo le regole, dal momento in cui metti piede in una nazione con un altro credo religioso, non puoi più far ritorno in patria, altrimenti verrai ucciso". A. aveva rischiato grosso spostandosi per continuare gli studi in Etiopia, dove la religione cristiana ortodossa è diffusa su tutto il territorio, lasciando all'islam solo il secondo posto. In quell'occasione aveva conosciuto colei che successivamente è diventata sua moglie. Dopo un anno dal loro incontro, però, per lei è giunta l'occasione di fuggire: secondo un accordo americano avrebbe potuto finalmente abbandonare il suo paese per sempre. La donna ha lasciato l'Africa quando era incinta di un mese.

 

E' stato in questo frangente che A. ha iniziato la sua vita illegale, ormai solo. Una volta tornato in Somalia ha svolto di nascosto qualche lavoro per accumulare i soldi per scappare, nella speranza di trovare un modo per ricongiungersi un giorno a sua moglie. Inizia quindi la fuga. Corre nella vegetazione, nelle zone disabitate, si nasconde nei container, beve un solo bicchiere di acqua al giorno e mangia un unico pasto ogni ventiquattro ore. Il buio diventa un mantello che rende invisibile lui e i suoi compagni di viaggio. Alcuni li perderà durante il tragitto nel deserto. Attraversa l'Etiopia, poi il Sudan, e infine giunge in Libia. Prenota il suo sbarco a Lampedusa, il costo è di 2000 Dollari. Da quando ha abbandonato casa ne ha già spesi 5000.

 

"Ci si imbarca dopo la mezzanotte, quando nessuno può vederti. Se ti beccano ti arrestano e finisci in prigione, e non puoi più partire. Il viaggio dura 15 ore, si sta stretti, tutti nell'attesa di raggiungere la costa. Noi migranti viviamo in una condizione di illegalità, e nessuno si ricorda più cosa sia la libertà. Io ho smesso di essere un uomo libero quando ho iniziato il mio viaggio verso l'Europa". Qualsiasi speranza di vita è meglio dell'idea della morte per il giovane, che arriva in Italia alla ricerca della salvezza e di una pace ormai perduta.

 

 

"Quando ero nel mio paese dovevo girare con un foglio di carta in mano con su scritto il mio nome, il mio cognome e l'identità della mia famiglia. Se qualcuno mi avesse trovato morto in strada mi avrebbe potuto identificare per comunicarlo ai miei genitori. Sotto le bombe è difficile che qualcuno possa riconoscere il tuo volto dopo essere stato colpito".

 

La vita di A. a Pescara è difficile. La solitudine è tanta, non ha compagni somali nella struttura di accoglienza, e gli altri immigrati preferiscono parlare la propria lingua con chi proviene dallo stesso paese di origine, piuttosto che avventurarsi in conversazioni in inglese. La Commissione territoriale sta esaminando la sua richiesta di asilo politico, gli esami del Dna proveranno la paternità della piccola bambina che lo aspetta negli Stati Uniti, mentre la sua famiglia di origine è irraggiungibile. "Ho saputo che dovrebbero essere tutti in un campo di rifugiati in Etiopia, mentre mio fratello è scomparso, nessuno sa dove sia".

 

Il giovane studia italiano, esce poco, parla poco, sorride ancora meno, e continua a sognare il momento in cui potrà riabbracciare sua moglie e conoscere sua figlia. "Mi mancano, e non so quantificare questo vuoto, è indescrivibile. Se i miei sogni dovessero realizzarsi, una volta in America con loro, vorrei poter continuare a studiare per diventare un infermiere", confessa con speranza. "So che tutto è nelle mani di Dio, e spero che lui abbia in serbo per me un futuro migliore".

 

 

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