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Pubblicato il 08/06/2013 19:07

Teatro in abbazia a San Clemente a Casauria

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di Antonio Alfredo Varrasso

San Clemente a Casauria è lo scenario, ancora una volta, per un'attività culturale di prim'ordine. L'8 e il 16 giugno 2013, nell'ambito del progetto 'Teatro in abbazia', due eventi teatrali: 'Il viaggio del dottor Faust' (regia di A. Delle Lenti) e, di seguito,  'Assassinio nella cattedrale' (regia di D. Volponi), avranno da sfondo, non solo scenografico, le navate ed il transetto della storica chiesa abbaziale.

E si direbbe, a questo punto, che il non occasionale contenitore, l'aula basilicale, si tramuti in contenuto aggiuntivo della narrazione recitativa, in uno scambio efficace di ammirazione, valorizzazione e sostegno promozionale reciproci.

Insomma, il luogo scenico, con tutto il suo carico di storia, viene vissuto e fatto vivere, creativamente, dalla rappresentazione.

Ciò emerge, in particolare, dal dramma di Thomas Stearns Eliot (1888-1965), che sviluppa eventi succedutisi tra il 2 e il 29 dicembre 1170, per cui l'approccio del contenitore, come si diceva, vale a dire l'abbazia, al contenuto, diremmo accidentale nella vicenda abbaziale, la pièce teatrale, si fa molto più ammiccante e suadente e l'occasione dell'evento culturale trascende, così, il suo pur interessante momento realizzativo, per ricollegare, proprio sul piano filologico, con il teatro, le vicende casauriensi ad un piano di storia europea: il circuito che fu proprio della cultura monastica occidentale a cui Casauria non è affatto estranea.

 

Thomas Becket (1118-1170), come racconta Eliot, il testo del quale venne rappresentato la prima volta, nel giugno 1935, proprio nella cattedrale di Canterbury, proditoriamente assassinato da sicari del re d'Inghilterra, Enrico II Plantageneto (1133-1189), è quasi di casa a Casauria e lo è dal momento della sua canonizzazione ad opera del pontefice Alessandro III (1100-1181), il 21 febbraio 1173, a Segni.

 

Anzi, possiamo ritenere l'adozione cultuale, così repentina, da parte casauriense di questo 'moderno' martire della causa della Chiesa, uno dei tratti distintivi degli strettissimi rapporti della Chiesa Romana con Leonate (+1182), l'abate e cardinale diacono clementino, che si mosse, da tramite convinto, nel vero e proprio impianto cultuale beckettiano in area abruzzese.

 

Un ruolo, quello leonatesco, così incisivo da favorire la costituzione ulteriore, in quella che è sempre più area 'casauriense' sul finire del secolo XII, alle falde della Majella, del santuario locale per eccellenza  in onore del martire 'apud Canturiam'; la splendida chiesa, cioè, di San Tommaso, nei pressi di Caramanico. (Si può vedere a questo riguardo l'articolo di chi scrive: 'Tesori nascosti. Thomas Becket. Il santo inglese di Caramanico', in 'La Domenica d' Abruzzo, anno I, n. 38, 26 novembre 2011, pg. 29).

 

Il cronista casauriense, Giovanni di Berardo, stretto e fedele collaboratore di Leonate, ci avverte che il suo abate aveva costruito il bellissimo portico, che ancora oggi ammiriamo, di San Clemente, che 'a priori opera coniunxit', vale a dire a completamento del corpo edilizio dell'aula ecclesiale, che era stata costruita per prima.

Sopra questo portico  innalzò un oratorio in onore di san Michele Arcangelo, della santa Croce e di san Tommaso martire.

 Queste dedicazioni di un luogo così insigne del complesso architettonico abbaziale non sono casuali, o, se vogliamo, semplicemente e particolarmente care a Leonate, ma esprimono, oltre che un preciso dato culturale del ruolo che egli intende interpretare nei rapporti con il papato e viceversa, anche una consistenza profondamente ideologica, legate come sono alla problematica delle Crociate, ben attuale nella seconda metà del secolo XII e di cui il culto verso Becket presto diventa un segno distintivo.

Il medesimo cronista, poi, introduce nel racconto di questi eventi a lui contemporanei un dato cronologico, concernente la fase iniziale della costruzione del portico-oratorio ed afferma che le fondamenta di questi vennero gettate nell'anno 1176.

 

 Il suo è un resoconto retrospettivo: siamo a tre anni  dalla canonizzazione di Becket ed a sei anni prima la morte dell'abate Leonate: 25 marzo 1182.

Tra le più antiche dedicazioni italiane all'arcivescovo martire di Canterbury troviamo San Donato in Polverosa, presso Firenze, la chiesa di S.Salvatore di Bologna e quindi Firenze stessa, in cui l'adozione del culto è strettamente connessa al tema crociato.

Sono affermazioni del culto ascrivibili alla seconda metà degli anni Ottanta del secolo XII e quindi quella casauriense può considerarsi tra le primissime iniziative a favore di Becket nell'Europa latina.

Al contempo essa rappresenta un esito eclatante, come si accennava, di quello stretto e personale rapporto di Leonate con Alessandro III, che, a sua volta, è parte integrante e particolare del gioco politico, diremmo su scala europea, oltre che italiana, del papato nei confronti dell'impero del Barbarossa.

Fu il papa a chiamare presso di sé Leonate, formatosi nella curia romana, già con l'inglese Adriano IV (1100-1159), che, da cardinale, partecipò quindi al terzo concilio ecumenico lateranense, celebrato a Roma, nel 1179.

 Dove, tra gli altri astanti, fu presente il più noto dei biografi di Becket, Giovanni di Salisbury (1120-1180).

Di stirpe normanna e ben introdotto nella curia pontificia, ove era stato suddiacono, Leonate aveva ricevuto le insegne cardinalizie a Veroli, il 21 marzo 1170, con elevazione al diaconato. Ed è in questi frangenti che lo stesso Alessandro III, particolarmente sollecito verso Casauria, rilasciò la lettera decretale, con cui veniva riconosciuta ed autorizzata la festa della Traslazione delle reliquie di san Clemente, da Roma a Casauria ; episodio del IX secolo,  solennemente riproposto sul finire del XII, nella chiarissima intenzione di storicizzarlo in un contesto di nuova affermazione abbaziale.

 A cui, come si vede, non è per nulla estranea, contestualmente, la promozione locale del culto verso Thomas Becket.

Da quel 'felicissimo' punto di osservazione, diremmo, che era la curia pontificia alessandrina, pur sempre itinerante e combattiva con i frutti del dissidio imperiale, gli antipapi  contrappostigli e alla fine soccombenti, Leonate  avvedutamente si schierò con il pontefice senese Alessandro  III, avendo chiara visione del ruolo politico del Regno di Sicilia nel contesto del dissidio con l'Impero.

 Potremmo, anzi, anche qui, pensare che il subitaneo riconoscimento di Becket nell'abbazia splendidamente ricostruita costituisca pure un ulteriore tassello esplicativo del messaggio politico, complessivo e complesso, affidato al grande e stupefacente portale maggiore della chiesa abbaziale di Casauria.

 Dove la scultorea riproposizione di una stretta alleanza tra 'regnum' (di Ludovico II) e 'sacerdotium' (del pontefice martire Clemente) chiariva ai contemporanei del secolo XII la trama programmatica di un abbaziato, rinnovato nella piena e leale collaborazione con la Sede Apostolica, di accresciuta significanza gregoriana e altresì coscientemente e conseguentemente operante, come si è detto, con la monarchia normanna dei due Guglielmi, oramai legata anche ai regnanti di Inghilterra; una monarchia, adesso, ufficialmente riconosciuta a livello europeo.

Non è un caso, per restare in argomento, che proprio una locale prosapia normanna, a cui non era certamente ignoto il grado ed il respiro dell'attività poliedrica, sul piano culturale, religioso e politico di un 'Leonas sanctae romanae ecclesiae diaconus cardinalis et monasterii sancti Clementis in Piscaria humiliter abbas'; proprio uno dei rami della locale nobiltà normanna dell'area casauriense, quella dei Torgisio, s'incarichi di radicare la presenza cultuale di Becket all'interno del costruendo luogo di culto di Paterno, mediante la valorizzazione miracolistica dell'acqua, che già negli itinerari di pellegrinaggio, da e per Canterbury,  aveva avuto modo di manifestarsi, nel trasporto fideistico di acqua in ampolle di stagno, divenute simboli riconosciuti della venerazione di un Becket oramai taumaturgo.

 

Raynaldo Trogisio, il fondatore, nel 1201, del luogo devozionale di Paterno dedicato a Becket, dovette conoscere bene questa storia e trasmetterla ai figli, Riccardo e Simone, che, con la madre Giuliana, nel 1210, riconfermarono, solennemente, l'iniziativa cultuale del padre.

 In ogni caso questa famiglia, che non cessa di tentare di  sfuggire alle maglie del potere comitale normanno, è strettamente collegata a Casauria, che già, tra 1164-1165, in un consesso comitale di Loreto (oggi Loreto Aprutino e allora sede di contea), presente Leonate, riottenne il possesso di diverse chiese, conferite al monastero per disposizione di Riccardo Trogisio senior.

 E' interessante notare, al nostro fine, la composizione del consesso, onde cogliere il clima di solennità dell'evento, al di là della 'restituzione' delle chiese di san Giovanni di Scagnano, di san Martino in Gutta e di san Cesidio di Tocco: tutte, comunque, in area, dove di lì a poco si innalzerà San Tommaso di Paterno.

Un clima culturale, innanzitutto. Sono presenti Mainerio, abate di San Bartolomeo di Carpineto; Mauro, abate di San Nicolao al Tordino; Pietro, preposito di San Liberatore a Maiella; Bartolomeo, abate di Santa Maria di Picciano, Matteo, arcidiacono teatino; Berardo, arcidiacono di Penne, nonché Riccardo di Padula; Berardo 'pallearee', cioè di Palearia, Roberto e Gualterio di Palena; Bartolomeo di Casale, Berardo Gentile e Arcangelo di Chieti, oltre ad altri baroni, monaci, chierici, militi e servienti.

 

 E' un vivido spaccato della classe dirigente normanna, affiancata dall'alto clero, monastico e vescovile, in cui si fa strada la memoria di Becket, di lì a poco trasmessa, come dissi.

 Che grazie a questa origine, diremmo elitaria e curiale, subisce nel prosieguo una data alienazione, nella stessa memoria di Canterbury, sicuramente riaffermata, però, nei secoli successivi in termini espliciti e perciò documentati.

 Cioè Becket tende ad essere dimenticato, preferendo riferirsi al più noto omonimo apostolo Tommaso, anche sulla base del fregio scultoreo dell'architrave dello splendido portale di Paterno (Caramanico), che presenta il consesso apostolico dell'ultima cena.

 Ma basta, per chiarire; basta guardare attentamente la decorazione della facciata di questa eccelsa chiesa romanica, per accorgersi che non manca in essa un riferimento esplicito e ben evidente, alla figura vescovile, mitrata e recante il pastorale, per riattestare, alla luce dei documenti, recentemente editi in forma critica, la titolazione di essa, come dicemmo, all'arcivescovo di Canterbury.

 

Le 'reliquie' beckettiane,  finalmente, così riproposte attraverso il dramma di Eliot in un' ambiente architettonico che ha in se la traccia indelebile di una vicenda politica, culturale e religiosa, che sconvolse l'Europa cristiana del secolo XII proprio a causa di esse, suggeriscono, come accennavo in premessa, una ricollocazione di San Clemente a Casauria all'interno del movimento culturale monastico europeo.

 

 Il teatro, in questo caso, che si nutre profondamente della storia degli uomini e che, nel tempo, in forme diverse ed avvincenti, la vuole rappresentare, si fa qui veicolo di una valorizzazione dell'abbazia casauriense che ha pochi precedenti e che va sempre più perseguita.

 

Non ho mai cessato di sperare, per esempio,  che in Casauria si riunissero Anglicani, Cattolici, Protestanti di ogni orientamento, uomini di fede e non credenti, per parlare, discutere, dialogare su Becket e non solo e che, viceversa, i Casauriensi recassero questa memoria di fede e cultura in Canterbury.

 

 Ad una comitiva di studenti di lingua inglese, recentemente, in visita a San Clemente a Casauria,  cercai di raccontare questo legame della nostra abbazia con la loro Inghilterra.

 

 Ma il mio inglese e quello dei loro insegnanti non fu sufficientemente chiaro a comunicare loro quello che veramente volevo e cioè che alle radici della nostra Europa stanno anche queste 'parentesi' della storia religiosa e monastica abruzzese.

 

Così Casauria, penso, anche attraverso il teatro - ed a qui il plauso grato agli operatori odierni -  al di là della comunicazione linguistica, che resta fondamentale, può costituire un punto di riferimento culturale di prima importanza a livello internazionale.

 

 Ma per farlo adeguatamente essa va ricollocata, culturalmente e, quindi, storicamente, al livello delle grandi fondazioni monastiche, italiane ed europee.

 A lavoro, dunque!

 

 

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