«Non sono un fotografo di cinema, ma un fotoreporter prestato a questo affascinante mondo». Inizia così la chiacchierata con Stefano Schirato, bolognese di nascita, da una famiglia abruzzese. Da sempre pescarese. Voce profonda, occhi penetranti, con i quali, mentre si racconta, sembra fotografare tutto ciò che lo circonda.
Classe 1974, sposato con Raffaella, papà di tre bimbi, Schirato è un fotografo, divenuto internazionale grazie ai suoi reportage su tematiche sociali, con qualche parentesi nel mondo del cinema come fotografo di backstage per “Baarìa” di Giuseppe Tornatore e “Basilicata Coast to Coast” di Rocco Papaleo. E ora fotografo di scena per “The Best Offer” (“La migliore offerta”), l'ultima pellicola del regista di Bagheria, nelle sale italiane in questi giorni.
Quando nasce la tua passione per la fotografia?
«In effetti è arrivata come un fulmine a ciel sereno. Quando ero ragazzino ho attraversato diverse fasi. Per un periodo ho dipinto, per un altro volevo fare il cantautore e mi dedicavo alla mia chitarra. Poi un giorno mio fratello mi ha messo in mano la sua macchinetta fotografica. E lì tutto è divenuto chiaro e ho capito che qualcosa era cambiato. Ora per me la fotografia è come l'aria che respiro. Non potrei vivere senza».
Quando è arrivata la svolta per la tua carriera e quali sono i lavori ai quali sei più legato?
«Sicuramente il lavoro sulla Cambogia. Vinsi una borsa di studio con Steve McCurry (fotoreporter statunitense, conosciuto principalmente per la fotografia Ragazza afgana, ndr). Nonostante fossi in una fase, direi embrionale delle mie foto, lui rimase colpito dai miei scatti e così mi propose di partire insieme per la Cambogia. Io ovviamente accettai senza esitazioni e corsi a comprare il biglietto aereo. Nel frattempo era scoppiata la guerra in Kashmir e lui fu costretto a cambiare destinazione. A quel punto non sapevo cosa fare, ma alla fine mi convinsi a non rinunciare a quel viaggio in Cambogia. Contattai Emergency, conobbi Gino Strada ed ebbi la possibilità di vedere da vicino realtà pesanti, soprattutto per un ragazzo di 25 anni. Ora posso dire che sono contento di non essere partito con McCurry, poiché lui avrebbe condotto quel lavoro verso una direzione da “georeportage”, mentre io ne ho dato un'impronta più sociale. Si, è senz'altro con questo lavoro che ho iniziato a volare con le mie ali. Un altro lavoro al quale sono legato è “Né in terra né in mare”, un reportage sulle navi sequestrate, che mi è letteralmente cascato addosso. Dopo il reportage sulla Cambogia tutti si aspettavano un lavoro di quel genere. Poiché sono un tipo molto curioso e mi piace leggere moltissimo, ero rimasto colpito da un trafiletto sull'allora “Manifesto” che parlava di una nave bloccata in un porto senza possibilità di rientro. Iniziai così un lavoro di ricerca, che durò due anni e che mi conferì lo status di professionista. Non tanto quello mentale, che credo di aver sempre avuto, quanto economico. Il lavoro sulle navi fu una vera cartina tornasole. Fu allora che decisi di contattare Giuseppe Tornatore e mostrargli quel reportage. Lui, divenuto regista da un inizio di carriera come fotografo, aveva appena finito di girare “La leggenda del Pianista sull'Oceano”, dunque, aveva sentito l'odore dei porti, sapeva di cosa parlavo. Ed è così che poi è iniziato il nostro sodalizio».
Com'è stato lavorare con lui e che è impressioni hai avuto del mondo del cinema?
«Sono state esperienze bellissime. In “Baarìa” sono stato fotografo di backstage. In pratica dovevo documentare ogni singola fase di realizzazione del film. Ho seguito Tornatore, persino quando è andato a casa di Ennio Morricone ad ascoltare per la prima volta la colonna sonora. Il lavoro è durato quasi due anni e mezzo e quindi è stato devastante e stimolante al tempo stesso. In “The Best Offer”, invece, sono stato fotografo di scena, per cui ho dovuto documentare nel modo più preciso possibile le inquadrature del regista».
In quale realtà ti trovi più a tuo agio? Quella del cinema o del fotoreportage?
«Senza dubbi la seconda. Tecnicamente come fotografo di scena hai ben poco da poter scegliere, poiché devi riprodurre le inquadrature decise dal regista. Come fotoreporter hai modo di creare uno stile personale. Per farlo è necessario avere una profonda conoscenza della luce, delle inquadrature, dei filoni fotografici. Devi studiare i grandi maestri della fotografia, come Henry Cartier Bresson, per poi avvicinarti ai grandi fotografi dei giorni nostri. Nella ricerca di un mio stile reportagistico, che è stato il focus di tutta la mia vita professionale, mi sono avvicinato a Paolo Pellegrin, che incontrai quando avevo 25 anni o Eugene Richards».
Cosa pensi del fotoritocco e cosa ti manca della fotografia analogica?
«Io fotografo spesso in analogico. Se il digitale ti consente di intervenire immediatamente sugli errori, quella trepidazione data dal tempo di attesa dello sviluppo della pellicola è una sensazione impagabile. Per quanto riguarda il fotoritocco, penso che in Italia ci sia un uso eccessivo della post-produzione. Certamente la foto cruda non esiste e il ritocco è fondamentale. Purché sia etico. Io utilizzo photoshop, esattamente come usavo il ritocco nella camera oscura, agendo sui contrasti, sui toni ed interpretando particolari della foto che sono presenti nella foto stessa. Non è etico tagliare o aggiungere elementi alla fotografia. All'estero in questo sono già un passo avanti. Nel firmare il mio contratto come collaboratore del New York Times, ho anche sottoscritto un decalogo sul come post-produrre una fotografia in maniera etica, soprattutto nel fotogiornalismo. Per le campagne pubblicitarie il discorso è diverso».
Progetti futuri?
«Ce ne sono di diversi e grandi. E tutti legati al fotoreportage».
Una delle foto scattate da Stefano Schirato sul set del film "La Migliore Offerta" di Giuseppe Tornatore
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